FERRARI
un mito nel tempo
La Ferrari potrebbe essere definita la fabbrica dei sogni di qualunque
appassionato del mondo delle quattro ruote. Nell’immaginario collettivo non teme
confronti, è la più amata. E anche se potrebbe essere strano, non tutto il merito
va ai successi, ottenuti in quasi tutte le categorie, né alle sue meravigliose
Gran Turismo, ambite o invidiate, ma per motivi che si spingono ben oltre tutto
questo. Perché la Ferrari è semplicemente un mito, e come tale, forse
inspiegabile. Un mito non può essere interpretato, e forse questa è anche per
fortuna, va solo vissuto, nel bene o nel male. Ed è questo che spinge migliaia i
tifosi a sostenere la Rossa, ovunque essa si trovi, sia il luogo Monza, Imola,o
magari anche solo Fiorano per assistere a un semplice test. Se la Ferrari non
fosse un mito, con il tempo sarebbe diventata una squadra come tutte le altre, con
alti e bassi, tipo la Brabham ormai defunta, ma anche Williams e McLaren. Cioè
squadre che possono avere stravinto, ma che non faranno mai parte dell’Olimpo
delle quattro ruote.
Forse, solo una squadra ha potuto minimamente competere con
la Ferrari al di fuori della classifica iridata, la Lotus. La fama di questa
squadra, arrivata negli anni ’60 con i primi titoli conquistati
dall’indimenticabile Jim Clark, derivò soprattutto dall’aver sconfitto la Ferrari
grazie a innovazioni tecniche che hanno sempre fatto scuola, perché questa era la
filosofia del suo fondatore, Colin Chapman. Alla sua morte la popolarità della
Lotus si è però sgretolata con il tempo, per un semplice motivo: vedere una berlinetta di colore rosso sfrecciare in un’autostrada o fare solo manovra per
posteggiare ci fa pensare che poi, il suo costruttore lo ritroviamo su qualsiasi
campo di gara, in pratica l’accostamento tra la pista e la produzione, che è
mancato al team inglese, nonostante pure questo realizzasse modelli stradali.
Enzo Ferrari sapeva di aver creato un mito, uno dei più grandi del secolo appena
passato, ma anche di quello che stiamo vivendo. Per questo non voleva mai
campioni affermati a guidare le sue monoposto. Perché è la Ferrari che deve
vincere, non il pilota, perché spesso i suoi tifosi hanno reso omaggio a piloti
che certo non erano fenomeni, o che non si sapeva lo fossero. Ed è da questo
concetto che sono nati personaggi come Lauda o Villeneuve, che da semplice
scommessa si sono rivelati fra i più grandi della storia, che hanno alimentato
una leggenda che è molto, ma molto lontana dal tramonto.
Probabilmente, se il Drake non fosse morto prima, Micheal Schumacher non sarebbe mai arrivato nel
1996, sarebbe stato ingaggiato già nel 1992. Sì, proprio Schumacher, colui che
insieme a Luca di Montezemolo e Jean Todt, ha ridato lustro a quel sogno, che nato
dalle officine modenesi, ha emozionato come poche altre cose al mondo sono state
capaci di fare.